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Merito e competenza

20 marzo 2019
Articolo di Paolo Pirani 
Il filosofo Bacone ne era convinto: “la conoscenza è potere”. Ma forse si troverebbe a mal partito in tempi come questi nei quali perfino il dovere di imparare (“non smettere di imparare” suggeriva Catone il censore) è offuscato spesso da una pericolosa tendenza ad associare l’ignoranza ad un malinteso spirito “rivoluzionario”.

Eppure il problema della conoscenza si sta riproponendo con grande forza nella società attuale con l’avvento delle reti, dei social, delle nuove tecnologie, ma anche riproponendo alla lunga un sistema di diseguaglianze che può condizionare pericolosamente la vita civile ed economica.
Perché mai, noi sindacalisti, dovremmo occuparci di questo tema?
Intanto perché siamo legati ad una tradizione ed a una cultura che ha fatto della conoscenza un trampolino di lancio per le classi più umili verso la conquista di diritti individuali sacrosanti e per affermare una migliore dignità del lavoro. È perfino inutile ricordare che agli albori del socialismo l’impegno ad aprire la scuola agli esclusi è visto come strettamente legato allo sforzo del socialismo di cambiare la società. E del resto sia la lotta all’analfabetismo come l’attenzione alla istruzione professionale o la battaglia per diffondere gli asili fanno parte della lunga storia sindacale e politica della sinistra italiana. Ed all’indomani del secondo dopoguerra questo sforzo di alfabetizzazione e di conoscenza si ritrova nuovamente nelle battaglie politiche e sindacali del riformismo di allora, approda nella neonata Tv con le indimenticabili lezioni del maestro Manzi (socialista), si sviluppa con il tentativo di riformare la scuola negli anni ’60 fino a inserire nelle trattative sindacali il diritto alla formazione ed al conseguimento di un titolo di studio (ricordiamo le 150 ore) che voleva dire anche facilitare la progressione professionale di un lavoratore non più inchiodato agli scalini più bassi della organizzazione del lavoro.
Ma possiamo anche ricordare il valore delle tante pubblicazioni del passato che nella cultura riformista hanno avuto un duplice scopo: quello di un confronto approfondito fra idee diverse che permise di aprire dialoghi fecondi fra culture diverse nello stesso movimento sindacale ponendo i vari interlocutori su un piano di pari dignità; quello di aprirsi ad impostazioni, proposte, scelte che venivano da altri Paesi e da altre culture con una indubbia influenza, vedi negli anni ’50 e ’60, sulla stessa evoluzione della contrattazione e della lotta per i diritti sociali, sul lavoro e civili.
È per questi motivi, almeno in parte, che non si può non assistere con preoccupazione a quello che oggi sta avvenendo con la rimozione di questa grande tradizione che abbiamo alle spalle. La sua erosione probabilmente è datata da lungo tempo: si pensi solo al fatto che la riforma della scuola immaginata e naufragata mentre esplodevano le lotte studentesche ed operaie nel ’68 e nel ’69, ha dato il via ad una serie di tentativi fallimentari che ci consegnano oggi un sistema scolastico non in grado di agire al tempo stesso sulla conoscenza e sulla formazione, assai poco collegato al mondo del lavoro, poco “internazionale” sia pure con le dovute eccezioni quando invece molti nostri giovani sono costretti a completare le loro esperienze formative e di vita nei campus americani od in quelli inglesi o tedeschi.
Lo scollamento fra scuola e famiglia ha contribuito infine a dissestare un percorso formativo che invece deve rispondere più che mai alle trasformazioni sempre più celeri della nostra società e dei comportamenti individuali e collettivi.
Conoscenza e formazione sono, come pensavano i primi riformisti, del resto due pilastri della libertà più generale di un Paese. La lotta alla ignoranza, quella contro i pregiudizi, quella contro le esclusioni, solo per citare alcuni capitoli di un impegno civile e sociale, fanno parte di un percorso di emancipazione ma anche di miglioramento della convivenza civile.
Ma proprio uno dei frutti di questa cesura con gli ideali di un tempo sta producendo danni ulteriori: il primo è quello di smarrire una memoria storica che coinvolge fatti, scelte, il significato di tante conquiste, ma anche figure importanti e protagonisti di una storia collettiva che se smarrita ci consegna una realtà assai povera da vivere.
E per giunta dobbiamo confrontarci con insidie che minano la scena politica e sociale e assediano il mondo dell’informazione con i rischi che la molteplicità di fonti, notizie, comunicazioni aumenti paradossalmente la disinformazione, i pericoli di un uso strumentale dei messaggi, accentui la superficialità con la quale si trasmettono le news, incrementi la convinzione che l’informazione sia davvero un passaggio effimero della giornata senza conseguenze con quella successiva.
Per chi come il sindacato, punta invece ad agire per una società nella quale la stabilità del lavoro, i diritti, la riduzione delle diseguaglianze, le strategie progettuali per garantire crescita e benessere, siano punti fermi di un percorso di miglioramento della situazione e che eviti il declino, la marginalità di una società dal contesto internazionale, il tema della conoscenza e della formazione e non può essere considerato secondario.
Lo vediamo dai problemi che dobbiamo oggi affrontare: una scena politica nella quale le motivazioni ideali sembrano assenti, la trasgressione dei congiuntivi pare più eclatante della mancanza di progetti che sappiano guardare avanti, oltre la propaganda contingente. Mentre la confusione istituzionale è palese, l’ombra degli scandali è onnipresente, la capacità di disegnare itinerari nuovi che sappiano ridare senso ad una statualità lungimirante ed operativa sembra latitare.
Lo stesso concetto di “popolo” riportato in auge dalla maggioranza gialloverde senza un sostegno culturale vero appare come un artifizio per giustificare scelte di potere.
Ed in economia probabilmente la supremazia di logiche della finanza, del liberismo, delle scelte dei grandi colossi tecnologici e non, è data anche dal fatto di un cedimento del riformismo sulla sua capacità di indipendenza culturale, sull’affievolimento di un legame ideale e culturale con la base sociale di riferimento.
Cosa può fare il movimento sindacale? Il problema va oltre la dimensione del nostro impegno, è ovvio. Ma proprio perché conserviamo una tradizione riformista di grande valore, possiamo ravvivarla dando più forza alle motivazioni ideali e culturali del nostro impegno in modo tale che esse siano come avvenne già in passato un terreno di dialogo e riflessione comune con le migliori energie culturali del Paese. Non possiamo dimenticare che le migliori riforme fatte furono prodotte dall’incontro fra le forze riformiste e gli intellettuali che avvertivano l’esigenza di dare un contributo al miglioramento della società, spesso senza coltivare ambizioni personali, ma con spirito di servizio.
Ed abbiamo terreni importanti su cui lavorare: la politica industriale oggi è più che mai anche u n concentrato di scelte ma anche di elaborazioni che possono condizionare l’intera vita del Paese. Tenere alte le relazioni industriali vuol dire anche far comprendere l’importanza di approfondire e di trovare soluzioni che abbia una solidità tale da andare oltre l’oggi.
La riscoperta di problematiche come quella del destino del Sud può non solo evitare ulteriori distanze fra aree del Paese ma anche riproporre quel grande patrimonio culturale che il Mezzogiorno ha sempre posseduto ma che è stato via via messo da parte.

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